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I fondamenti dell'energy management: ruolo dell'energy manager, certificazione e corso ENEA, percorso d'esame e differenza con l'EGE secondo la UNI 11339, tra standard ISO 50001 e strumenti di diagnosi.

I fondamenti dell’energy management ruotano attorno a un nucleo di pratiche misurabili: efficienza energetica, diagnosi energetica, definizione di una baseline di consumo e verifica dei risparmi dopo gli interventi. Distinguere consumo finale, fabbisogno energetico e risparmio effettivamente ottenibile è il primo passo per costruire una strategia di gestione che non si fermi alle buone intenzioni. Su questa distinzione si reggono tutte le decisioni di efficientamento che hanno un ritorno economico reale, dall’industria energivora fino alle PMI e alla pubblica amministrazione.
Gli ambiti applicativi sono trasversali: stabilimenti industriali, terziario, enti pubblici, reti di teleriscaldamento, impianti che gestiscono insieme energia elettrica e termica. In ciascuno di questi contesti la figura di riferimento è l’energy manager, una professionalità che il rapporto annuale della FIRE (Federazione Italiana per l’uso Razionale dell’Energia) monitora da anni in relazione agli obblighi di nomina previsti dalla normativa. La formazione tipica è strutturata: un percorso ricorrente sul mercato è articolato in dodici moduli da quattro ore ciascuno, pensato sia per chi opera già nel settore sia per chi punta alla certificazione.
L’energy management è l’insieme coordinato delle attività di pianificazione, monitoraggio, analisi, controllo e ottimizzazione dei consumi energetici di un’organizzazione, con l’obiettivo di ridurre sprechi, costi ed emissioni su edifici, impianti e processi. Il valore di questo sistema sta nel suo carattere ciclico: ogni intervento parte da dati, viene misurato e poi riverificato, così che i risultati restino tracciabili nel tempo e non si disperdano dopo la fase iniziale.
Gli strumenti operativi che rendono concreto questo approccio coprono tutta la catena dalla misura alla decisione. La diagnosi energetica analizza i flussi di consumo per individuare i nodi critici; i sistemi di misura e monitoraggio rilevano in continuo i dati di campo su elettrico e termico. Baseline e benchmarking fissano il riferimento iniziale e lo confrontano con i valori attesi di settore, mentre gli indicatori energetici (KPI ed EnPI) legano il consumo a una variabile di produzione o di servizio. Il protocollo di misura e verifica (M&V) chiude il ciclo: certifica il risparmio effettivamente conseguito e difende il risultato davanti alla direzione.
L’energy manager coordina la raccolta e l’analisi dei dati energetici, e da questa base individua dove si concentrano sprechi e inefficienze. È la lettura critica dei flussi di consumo a trasformare un insieme di numeri in una lista di interventi prioritari, ciascuno con un suo potenziale di risparmio e un suo costo di realizzazione.
A valle dell’analisi, supporta le decisioni di investimento in progetti di efficienza, autoproduzione e sistemi di monitoraggio, valutando per ognuno l’impatto su consumi, costi e tempi di rientro. Deve inoltre coordinare fornitori e reparti interni e verificare a intervalli regolari i risultati ottenuti, perché un intervento non misurato dopo l’installazione vale poco in termini di credibilità e di budget. Nel concreto la funzione può essere ricoperta da un responsabile interno o da un consulente esterno, ma in entrambi i casi richiede competenze tecniche e gestionali in egual misura.
La nomina dell’energy manager è un obbligo di legge per le organizzazioni che superano determinate soglie di consumo annuo, misurate in tonnellate equivalenti di petrolio (TEP). Il quadro normativo di riferimento è la Legge 10/1991, integrata e rafforzata dal D.Lgs. 102/2014, che ha esteso l’obbligo anche alle grandi imprese energivore non industriali.
Le soglie variano in base al settore:
La nomina va comunicata ogni anno entro il 30 aprile attraverso la piattaforma NEMO (Nomina Energy Manager Online), gestita dalla FIRE per conto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Le organizzazioni che non adempiono all’obbligo sono escluse dagli incentivi energetici e possono incorrere in sanzioni amministrative.
La preparazione di un energy manager poggia su un equilibrio tra competenze tecniche e capacità trasversali. Sul versante tecnico contano la conoscenza dei consumi elettrici e termici, la lettura ragionata delle bollette, l’analisi dei profili di carico e la costruzione di bilanci energetici affidabili. Sono questi gli strumenti che permettono di passare da una percezione generica dei consumi a una mappatura puntuale delle opportunità di risparmio, distinguendo ciò che pesa davvero da ciò che incide poco.
Accanto al bagaglio tecnico servono capacità relazionali concrete, perché l’energy manager dialoga con la direzione, con la manutenzione, con fornitori e consulenti. La parte più delicata del mestiere è tradurre dati tecnici complessi in decisioni operative comprensibili a interlocutori non specialisti: un risparmio espresso in megawattora resta astratto finché non diventa un valore in euro e un tempo di ritorno. A consolidare il tutto interviene l’esperienza sul campo, che insegna a riconoscere gli scostamenti tipici tra ciò che la teoria promette e ciò che l’impianto effettivamente restituisce.
Per analizzare i consumi e misurare le prestazioni servono competenze diagnostiche solide unite a un riferimento normativo preciso. La diagnostica energetica richiede di condurre un’analisi dei consumi tramite sistemi di misura e monitoraggio, mentre la misura e verifica dei risparmi resta il banco di prova di ogni intervento. Su questo terreno il riferimento internazionale è l’IPMVP (International Performance Measurement and Verification Protocol), gestito dalla EVO, che fissa i criteri per calcolare in modo difendibile il risparmio conseguito.
Il quadro si completa con la familiarità con gli standard di gestione e con gli strumenti incentivanti. L’ISO 50001 introduce il miglioramento continuo della prestazione energetica; l’ISO 14001, spesso integrato, aggiunge la dimensione ambientale. Gli indicatori di prestazione energetica (EnPI) servono a confrontare periodi e siti con metriche coerenti. A chiudere il perimetro stanno i certificati bianchi e il conto termico, meccanismi da padroneggiare sia per la conformità sia per la convenienza economica degli interventi.
La valutazione delle tecnologie impiantistiche richiede di conoscere da vicino i sistemi HVAC, l’illuminazione efficiente, i motori elettrici e gli inverter, l’automazione dei controlli e i sistemi ad aria compressa. Più della conoscenza isolata di ciascuna tecnologia conta la capacità di prioritizzare gli interventi in base all’impatto energetico atteso e di stimarne il tempo di ritorno, soprattutto nei processi industriali ad alto assorbimento dove anche pochi punti percentuali pesano molto sul bilancio.
A questo livello entrano in gioco la cogenerazione, l’integrazione delle fonti rinnovabili, la gestione dell’acquisto di energia, i contratti EPC (Energy Performance Contract) e il ruolo delle ESCO con i titoli di efficienza energetica. Sono leve che spostano un intervento dal piano tecnico a quello finanziario, perché legano il pagamento del fornitore al risparmio effettivamente generato.
Resta infine la dimensione gestionale ed economica: project management applicato all’energia, budgeting energetico, analisi costi-benefici e capacità di definire priorità d’intervento. Predisporre reportistica e business case con stime credibili di risparmio e tempo di ritorno è ciò che permette di sostenere una decisione di investimento davanti alla direzione, mentre la conoscenza degli incentivi disponibili pesa direttamente sulla fattibilità economica del progetto.
La retribuzione di un energy manager in Italia varia in un range ampio, con una fascia di ingresso tra 30.000 e 35.000 euro lordi annui per chi si affaccia al ruolo con poca esperienza. I profili mid-career con cinque-otto anni di attività si attestano tra 45.000 e 55.000 euro lordi annui, mentre i professionisti senior con più di dieci anni di esperienza e un portafoglio comprovato di progetti di risparmio possono superare gli 85.000 euro. I dati di mercato 2025-2026 indicano una RAL media intorno a 47.000-48.000 euro.
Sulla collocazione nella fascia retributiva incidono principalmente il settore di impiego — l’industria energivora paga significativamente di più rispetto al terziario — e la dimensione dell’organizzazione, perché i grandi gruppi con volumi di risparmio rilevanti valorizzano di più la funzione. Non meno importante è il possesso della certificazione EGE secondo UNI CEI 11339: nel 2024, il 58% degli energy manager con incarichi esterni era certificato EGE. Nelle selezioni dove la qualifica è richiesta come requisito, la certificazione si traduce concretamente in un posizionamento retributivo migliore.
Una certificazione riconosciuta aumenta in modo tangibile la credibilità di un energy manager e facilita l'accesso a incarichi, consulenze e ruoli specialistici. Soprattutto, permette di distinguere i profili sul mercato, separando chi attesta competenze verificate da chi le dichiara soltanto: una differenza che conta nei bandi pubblici, nelle gare e nelle selezioni per ruoli con responsabilità sui costi energetici.
Il valore professionale si misura sul terreno concreto del contenimento dei costi, della pianificazione degli investimenti e del raggiungimento degli obiettivi ESG (Environmental, Social and Governance), sempre più presenti nelle agende aziendali. Un professionista certificato porta in dote la capacità di gestire progetti di risparmio in contesti complessi, con benefici che si leggono insieme sul conto economico e sul profilo ambientale dell'organizzazione.
Una certificazione seria deve attestare competenze strutturate nella gestione dell'energia, non una semplice infarinatura. Il riferimento normativo italiano è il profilo dell'Esperto in Gestione dell'Energia definito dalla norma tecnica UNI 11339, che fissa i compiti, le conoscenze e le abilità attese da chi opera in questo ruolo con responsabilità riconosciute.
Le aree di conoscenza che un percorso d'esame solido dovrebbe coprire tutte sono ben definite. L'efficienza energetica e la diagnosi riguardano l'individuazione e la quantificazione delle opportunità di risparmio, mentre i bilanci energetici e il controllo dei consumi richiedono la ricostruzione e gestione dei flussi su base dati. La misurazione dei risparmi (M&V) certifica il risultato dopo l'intervento; le energie rinnovabili e i certificati bianchi coprono tecnologie e meccanismi di valorizzazione. A completare il quadro stanno i sistemi di gestione dell'energia con la logica ISO 50001 di miglioramento continuo.
Il percorso parte da una formazione tecnica che copre consumi energetici, modalità di efficientamento e funzionamento dei sistemi energetici, costruendo la base teorica indispensabile. A questa si affianca lo studio della normativa, perché conoscere il quadro regolatorio condiziona la fattibilità di ogni progetto e determina l'accesso a incentivi e meccanismi di sostegno.
Sulla teoria si innesta l'esperienza pratica, fatta di valutazioni reali di consumo e di interventi di miglioramento condotti sul campo. L'apprendimento viene rafforzato da casi reali, esercitazioni, webinar e attività che mettono al centro la risoluzione operativa dei problemi più ricorrenti, dove conta saper decidere con dati incompleti più che ricordare una formula.
Il percorso si chiude con una verifica finale delle competenze, che accerta la reale capacità di operare come energy manager. Oltre la certificazione resta poi l'aggiornamento continuo: tecnologie e normative evolvono rapidamente, e mantenere allineato il proprio bagaglio tecnico è la condizione per restare credibili nel tempo.
La ISO 50001 certifica un sistema organizzativo, non una persona: attesta che un'organizzazione — azienda, ente, pubblica amministrazione — ha implementato un Sistema di Gestione dell'Energia (SGE) con obiettivi misurabili, monitoraggio continuo e ciclo di miglioramento PDCA. La certificazione è rilasciata da un organismo di accreditamento terzo all'organizzazione nel suo insieme.
La certificazione EGE secondo UNI CEI 11339 certifica invece un individuo: attesta che un professionista possiede le competenze, le conoscenze e l'esperienza definite dalla norma per svolgere il ruolo di Esperto in Gestione dell'Energia. Le due certificazioni si integrano, non si sovrappongono: una organizzazione può adottare la ISO 50001 senza avere un EGE in organico, e un EGE può operare in organizzazioni non certificate ISO 50001. Nella pratica, le imprese con l'obbligo ISO 50001 sotto la Direttiva EED 2023/1791 trovano conveniente che il responsabile del SGE sia anche certificato EGE, perché la qualifica individuale rafforza la credibilità del sistema.
Nella scelta di un corso il criterio guida dovrebbe essere la qualità dei contenuti tecnici applicati e la loro spendibilità professionale, più che la notorietà del provider. Un percorso che insegna a leggere una diagnosi, costruire un bilancio energetico e impostare un piano di M&V vale, sul mercato del lavoro, più di un attestato dal nome altisonante ma dai contenuti generici e poco verificabili.
Il riferimento all'ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile) funziona spesso come marchio di autorevolezza percepita, e non a caso ricorre con frequenza tra i risultati di ricerca. Resta però un segnale, non una garanzia: la decisione finale va ancorata ai contenuti effettivi e al riconoscimento concreto del percorso. Un benchmark utile arriva dal mercato stesso, dove si trovano corsi online per energy manager ed EGE strutturati in dodici moduli da quattro ore ciascuno, distribuiti su un calendario di alcune settimane, ad esempio tra maggio e giugno: un riferimento concreto per valutare densità didattica e impegno richiesto.
La scelta del percorso dipende da alcuni fattori personali che vanno valutati prima di iscriversi. Conta soprattutto incrociare obiettivi professionali, livello di partenza e settore di applicazione, perché le esigenze di un tecnico industriale differiscono da quelle di un consulente del terziario o di un operatore della pubblica amministrazione.
I criteri da pesare nella decisione sono pochi e concreti:
Un corso valido deve coprire le aree chiave dell'energy management con un taglio applicato: management energetico, diagnosi ed efficienza, uso di tecnologie efficienti e di strumenti di misura, analisi dei dati con i relativi KPI. È la coerenza tra contenuti e pratica professionale reale a fare la differenza tra un percorso spendibile e uno puramente nozionistico.
Sul piano normativo e operativo un programma solido tratta in modo organico gli standard di gestione energetica (ISO 50001 e ISO 14001), il mercato elettrico e gas insieme ai contratti EPC e al ruolo delle ESCO, i meccanismi incentivanti come certificati bianchi e conto termico con i relativi protocolli di M&V, e le tecnologie di cogenerazione e fonti rinnovabili con casi applicativi concreti.
L'esame per energy manager ha un'impronta dichiaratamente applicativa. Più che la ripetizione della teoria normativa, chiede di dimostrare la capacità di usare gli strumenti della gestione dell'energia su scenari concreti: leggere dati, impostare un calcolo, proporre una soluzione coerente. L'obiettivo è verificare la padronanza operativa più della memorizzazione delle norme, perché è quella padronanza a tradursi in valore una volta in azienda.
L'esame verifica le competenze operative e teoriche del campo, a partire dall'analisi dei consumi, dall'individuazione e valutazione degli interventi di efficientamento e dall'impostazione di piani di miglioramento. Il candidato deve mostrare di saper passare dai dati a un piano d'azione difendibile, non di conoscere a memoria un elenco di tecnologie.
Le prove tipiche combinano formati diversi per coprire l'intero spettro di competenze. I quesiti teorici verificano le conoscenze di base su norme, strumenti e tecnologie; i casi applicativi propongono esercizi di calcolo e interpretazione di dati di consumo. Gli studi realistici — simulazioni operative o project work — mettono il candidato davanti a scenari di efficientamento che richiedono di integrare conoscenza normativa, calcolo e visione gestionale in una risposta coerente.
I criteri di valutazione premiano correttezza e precisione tecnica, uso appropriato della terminologia, capacità di sintesi e di problem solving, oltre alla coerenza tra le soluzioni proposte e i loro costi e benefici. La qualità più ricercata resta l'integrazione tra competenza tecnica e visione gestionale.
La preparazione attinge in modo trasversale dalle principali aree dell'energy management, con un'enfasi marcata sulle esercitazioni pratiche di diagnosi energetica e di calcolo dei risparmi. Saper leggere uno schema impiantistico e una curva di consumo, supportati da casi studio reali, conta quanto la conoscenza teorica, perché l'esame misura competenze applicabili sul campo.
Gli argomenti ricorrenti su cui concentrare lo studio sono ben circoscritti:
In uno scenario di diagnosi energetica su un sito industriale con consumi nell'ordine di 15 TJ/anno, tre mesi di monitoraggio continuo tramite sistemi EMS (come Schneider EcoStruxure Energy o Siemens Building X) possono portare a identificare opportunità di risparmio pari al 12-18% del consumo complessivo, con un tempo di ritorno degli interventi nell'ordine di 2-3 anni. La diagnosi strutturata in questo modo non produce solo un documento di conformità: fornisce la base quantitativa da cui impostare il piano d'azione e difendere le priorità di investimento davanti alla direzione.
A completare il quadro è la raccomandazione di una formazione pratica e aggiornata, erogata da docenti operativi, con percorsi modulari che includano simulazioni di verifica multidisciplinari vicine alla struttura reale dell'esame.
Distinguere l'energy manager dall'EGE è il modo più rapido per orientarsi tra ruoli che la terminologia tende a confondere. La differenza riguarda soprattutto l'ambito di applicazione e il livello di formalizzazione, due dimensioni che aiutano sia le aziende sia i professionisti a individuare l'interlocutore giusto per ogni esigenza energetica. Pur condividendo molte attività, i due profili rispondono a logiche diverse.
La distinzione non è solo teorica: ha effetti pratici sul mercato del lavoro, dove il riconoscimento associato a ciascun profilo orienta selezioni e allocazione delle risorse. Definire con chiarezza i ruoli riduce le ambiguità e i conflitti interni, e permette alle organizzazioni di attribuire responsabilità più precise senza sovrapposizioni.
L'energy manager è una funzione organizzativa, interna all'azienda o alla pubblica amministrazione oppure affidata a un consulente esterno, focalizzata sulla gestione dei consumi e sul coordinamento operativo delle azioni di efficientamento. È un ruolo definito dalle attività che svolge più che da un attestato formale, e il suo perimetro varia con l'organizzazione che lo ospita.
L'EGE, Esperto in Gestione dell'Energia, è invece un profilo professionale certificabile e formalizzato dalla norma tecnica UNI 11339. Possiede competenze strutturate particolarmente valide in ambito contrattuale e concorsuale, dove la qualifica fa da requisito. La differenza centrale sta proprio nel livello di formalizzazione: l'energy manager è un ruolo operativo, l'EGE un profilo qualificato e riconoscibile anche all'esterno dell'organizzazione.
Le aree di competenza dei due profili si sovrappongono in misura significativa, al punto che molte attività quotidiane sono di fatto identiche. È la stessa cassetta degli attrezzi tecnici a essere condivisa, mentre cambia il grado di riconoscimento formale che ne certifica l'uso.
Le attività comuni a entrambe le figure comprendono:
Nella pratica entrambe le figure possono svolgere queste attività, ma la certificazione EGE offre un vantaggio competitivo concreto: accresce la spendibilità in bandi pubblici, consulenze e incarichi specialistici, e può essere richiesta per soddisfare requisiti di compliance. Nei contesti dove la qualifica è richiesta come requisito, chi non ce l'ha è semplicemente escluso dalla selezione.
L'obiettivo operativo dell'energy manager è ottimizzare i consumi di energia elettrica e termica e contenere i costi operativi. Il lavoro passa dall'analisi del prezzo dell'energia, della potenza impegnata, dei picchi di prelievo e dei profili di carico, perché la struttura dei costi si nasconde spesso nei dettagli del contratto più che nel consumo complessivo. Un picco di potenza mal gestito può pesare sulla bolletta quanto un'inefficienza di processo.
A questa attività si affianca l'analisi del mercato dell'energia elettrica e del gas a supporto delle decisioni di acquisto. Gestire l'esposizione alle variazioni di prezzo è ormai parte integrante del ruolo, e incide sulla sostenibilità economica di lungo periodo tanto quanto gli interventi tecnici. Su questo terreno l'energy manager affianca scelte di approvvigionamento e logiche di copertura.
Sul fronte impiantistico, l'energy manager promuove l'adozione di tecnologie efficienti come la cogenerazione, le fonti rinnovabili e i sistemi di gestione dell'energia, spesso veicolate da progetti strutturati e monitorabili come i contratti EPC. La gestione di incentivi e certificati bianchi completa il quadro, perché valorizza economicamente i risparmi già conseguiti e migliora il ritorno complessivo degli interventi.
L'individuazione degli sprechi parte dall'analisi dei consumi delle principali utenze, dove emergono inefficienze e anomalie che spesso passano inosservate nella gestione ordinaria. È il confronto sistematico tra consumo atteso e consumo reale a rivelare le opportunità di risparmio, sia in ambito industriale sia in quello civile.
Le attività operative che alimentano questa analisi seguono una sequenza tecnica precisa. Il controllo delle bollette individua errori e aumenti ingiustificati di costo. Il monitoraggio continuo degli impianti rileva derive e malfunzionamenti nel tempo, mentre la diagnosi energetica periodica aggiorna la mappa dei consumi e le priorità di intervento. KPI e project management organizzano il tutto: quantificano i risultati e tengono traccia degli scostamenti rispetto agli obiettivi.
Tra le aree a più alto impatto figurano climatizzazione, illuminazione e processi produttivi, dove i sistemi di automazione riducono i consumi in stand-by. I settori di impiego principali restano industria, PMI e pubblica amministrazione, a conferma che l'efficienza energetica produce valore a ogni scala organizzativa.
La parte decisiva di un programma di efficienza è la verifica post-intervento e il monitoraggio continuo, che confermano i risparmi attesi e correggono per tempo eventuali scostamenti. È la disciplina della misura dopo l'installazione a dare credibilità all'intero programma, perché distingue il risparmio dichiarato da quello effettivamente conseguito.
Tradurre gli obiettivi tecnici in risultati economici misurabili significa proporre interventi con un tempo di ritorno verificabile e orientare gli investimenti verso soluzioni dal ritorno comprovabile. È questo passaggio dal kilowattora all'euro a rendere l'energy manager un interlocutore della direzione e non solo dell'ufficio tecnico: chi porta in sala riunioni un calcolo di risparmio difendibile ottiene budget; chi porta solo consumi in kWh, molto meno.
La Direttiva (UE) 2023/1791 sull’efficienza energetica — nota come EED rifusa — ha ridisegnato il perimetro degli obblighi per le imprese italiane. L’impianto storico del D.Lgs. 102/2014, che classificava i soggetti obbligati per dimensione aziendale (“grande impresa”), viene superato: il criterio discriminante diventa il consumo energetico complessivo in terajoule per anno, indipendentemente dalla dimensione societaria. Il decreto di recepimento italiano deve allinearsi all’impianto sanzionatorio del D.Lgs. 102/2014, inasprendo i termini su audit e sistemi di gestione.
Le imprese con consumi superiori a 10 TJ/anno, calcolati su tutti i vettori energetici (elettricità, gas, termico, carburanti), sono obbligate a condurre una diagnosi energetica e a predisporre un piano d’azione per l’efficienza. La prima scadenza è fissata all’11 ottobre 2026.
Questo ricalibra significativamente la platea rispetto al passato: molte PMI ad alta intensità energetica rientrano nell’obbligo per la prima volta, anche se non classificabili come “grandi imprese” secondo i criteri dimensionali previgenti. L’obbligo riguarda tutte le imprese al di sopra della soglia, a prescindere dal settore ATECO e dalla struttura giuridica.
Le imprese con consumi superiori a 85 TJ/anno devono adottare un Sistema di Gestione dell’Energia certificato conforme alla ISO 50001:2018, con certificazione rilasciata da un organismo di terza parte indipendente. La scadenza è l’11 ottobre 2027. La ISO 50001 non sostituisce la diagnosi energetica: le due sono complementari, perché il sistema di gestione garantisce il miglioramento continuo della prestazione energetica nel tempo, mentre la diagnosi è l’analisi puntuale da cui partire. Le imprese già certificate in anticipo sulla scadenza acquisiscono un vantaggio competitivo concreto, soprattutto in contesti dove la supply chain chiede requisiti ESG ai fornitori.
La diagnosi energetica non si esaurisce nell’analisi: la Direttiva EED richiede che l’impresa elabori un piano d’azione con le misure di efficientamento realizzabili identificate nella diagnosi, quantificando i risparmi attesi e i tempi di attuazione.
Il piano non è un documento facoltativo ma parte integrante dell’adempimento: senza piano d’azione la diagnosi non è considerata conforme agli obblighi normativi. Le misure con payback inferiore a tre anni e con risparmio superiore al 10% del consumo attuale devono essere valutate prioritariamente. In prospettiva, il piano d’azione diventa il documento guida per gli investimenti di efficienza nei prossimi esercizi, con un impatto diretto sulle decisioni di budgeting energetico.
Le scadenze operative previste dalla EED si articolano come segue:




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